Intervista al Presidente di Camera Buyer Italia

Francesco Tombolini

Intervista al Presidente di Camera Buyer Italia
Federico Galli
Di Federico Galli

Laurea in Economia Aziendale presso l'Università Bocconi di Milano e importanti esperienze come manager in Armani, Gucci e Yoox.

Francesco Tombolini dalla fine del 2018 è Presidente della Camera Buyer Italia, l'associazione nata nel 2000 con lo scopo di raggruppare e tutelare i migliori luxury multibrand store italiani.

120 insegne, 480 negozi, 2.800 impiegati e oltre 2 miliardi di fatturato complessivo.

Un'associazione di riferimento assoluto prossima a festeggiare i suoi primi 20 anni di storia.

Con queste premesse, non posso che essere felice di aver avuto l'opportunità di porre qualche domanda a Francesco Tombolini e di poterle condividere con tutti voi.



Col mio portale ho sempre voluto rimarcare il ruolo fondamentale dei negozi, a maggior ragione oggi che invece sembrano tutti "distratti" dal mondo delle vendite online. Qual è la sua opinione sull'importanza del punto di vendita fisico in un percorso di acquisto improntato al multichannel?
E’ chiaro che sicuramente oggi va di moda parlare dell’online. Ma l’online, non è un negozio, è una tecnologia commerciale. Quindi sempre più da multichannel a omnichannel, a no channel, perché a breve nessuno vedrà più la differenza tra online e fisico. In questo senso è chiaro che il fisico avrà sempre più una rilevanza lusso ed una rilevanza esperienza, mentre l’online sarà per definizione divulgazione e opportunità (prezzo).



Internet ha diffuso la logica del prezzo basso come leva decisiva di un acquisto: i punti vendita fisici dovrebbero aprire tutti un loro store online, o puntare con decisione sul concetto di qualità di servizio, esperienza e storicità dell’insegna?
Le due cose sembrano vicine, ma sono diverse. C'è un problema antropologico, comprare a basso prezzo non è lo stesso consumo del comprare prima a prezzo normale. Il problema dello sconto è in realtà legato anche alla cultura dei brand, che consapevoli delle aggressive politiche di prezzo di certe piattaforme, e di certi mercati, innalzano i prezzi oltre il loro reale valore. Noi da sempre crediamo nel fair trade. E’ chiaro che se le aziende ci impongono dei minimi, per smaltire e per accelerare ci dobbiamo rivolgere ad altre canalizzazioni. Oggi una t-shirt di un qualsiasi brand si aggira sui 350 euro; in Italia non ci sono questi consumatori, ed ecco perchè tutti noi dobbiamo assolutamente potenziare il nostro online. Ma non come punto di arrivo, bensì come punto di partenza. Perche’ ripeto, l’online è rivolto ad un certo tipo di consumo, che non sarà mai sostituito dal fisico, tanto più che i nostri soci hanno negozi vivi, non musei come talvolta sembrano quelli dei monobrand.



Cosa rende così "best" un The Best Shops?
Innanzitutto ci tengo a dire che noi siamo un gruppo molto inclusivo e rispettiamo tutti i nostri colleghi. Abbiamo una grande lista di attesa, più di 100 punti vendita, e se dipendesse da me, farei di tutto per aiutarli ad entrare. Ma in realta The Best Shops e’ un concetto molto lontano nel tempo, e’ un imprenditore che ha avuto tanta visione e che ha continuamente investito in maniera produttiva. Un The Best Shops, è un commerciante oramai retailer, che ha una organizzazione molto ampia e dei pillar non solo basati sui brand ma anche sulla ricerca e sulla organizzazione. In poche parole: fuori sogno, dentro grande organizzazione.



A un anno esatto dalla sua elezione, quali sono i risulati ottenuti dalla Camera Buyer? Quali i nuovi obiettivi e quali i focus per il presente e il futuro?
E’ già passato un anno??? Mamma mia… beh abbiamo riportato sul tavolo molti punti a noi cari, come la gestione delle crisi con brand e piattaforme. Abbiamo iniziato a ragionare con la Camera Nazionale della Moda Italiana in maniera più stretta. Abbiamo aperto un' agenzia di comunicazione e stiamo per formare un consorzio per l’acquisto dei beni non strategici, io direi che certo si poteva fare meglio… Ma questo e’ stato e anzi ringrazio tutti per la fiducia. Per il 2020 abbiamo in serbo due cose fondamentali, aprirci all’estero e aprire un canale educativo attraverso l’accordo con delle scuole professionali. Ovviamente pero’ in futuro il nostro focus sarà sempre più sulla relazione con i marchi e con le nuove sfide distributive locali ed internazionali.



Che ruolo hanno oggi le fiere di settore come Pitti, White e il Tranoi per un buyer? Come le immagina da qui a 5 anni?
Una volta la divulgazione correva di bocca in bocca e con occhio sapiente. Ora si crede che un account Instagram abbia più potenza. E’ chiaro che è la piattaforma più vicina ai giovani e quella che crea più proseliti e quindi non è più importante scoprire marchi, ma saperli ben dosare. In questo senso è finita la fiera per la scoperta del brand, ma e’ iniziata la fiera per la centralità del consumatore. Le fiere sempre più dovranno essere come dei siti che generano consumi e contesti di consumi, e non fotografano o espongono solo prodotti. Per questo la fiera sara’ sempre in voga perchè ci aiuterà a generare opinioni e sottoculture che sono alla base della creatività.